Bambini vivaci

Viva i bambini Viva(ci)


Ho appena finito di leggere "Diario di Scuola" di Pennac e qualche settimana fa ho letto "La classe"

qui un po' di recensioni su questi due titoli
Diario di scuola su Anobii

La Classe su Anobii

mi piacerebbe sapere se qualcun altro ha letto questi libri e volevo proporvi di fare una specie di elenco di film e libri sulla scuola, e magari si sui "bambini vivaci"

penso si potrebbe partire da "Cuore" di Edmondo de Amicis, "Gianburrasca" di Vamba
(sapete che sono disponibili integralmente su Internet?

http://www.liberliber.it/biblioteca/d/de_amicis/cuore/html/index.htm---> Cuore

http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bertelli/index.htm ---> Gianburrasca

http://www.liberliber.it/biblioteca/c/collodi/pinocchio/html/index.htm---> Pinocchio

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Ricevo dalla newsletter dell'ANSAS (ex IRRE) e mi ritrovo perfettamente:

La classe - Entre les murs

E' in programmazione a Torino il film che ha vinto nel corrente anno la Palma d'oro al festival del cinema di Cannes. Si tratta di un film francese tratto dal libro dall'omonimo titolo, Entre les murs , scritto da François Bégadeau e pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo La classe - Entre les murs.
L'autore del libro è anche l'attore che nel film interpreta il professore di collège che deve insegnare in una classe formata esclusivamente da ragazzi immigrati, provenienti da paesi molto diversi tra loro, in una scuola della banlieu che sembra lontana anni luce dal centro mondano di Parigi.
La quarta di copertina della traduzione italiana recita: "Il tragicomico resoconto di un'esperienza in cui il fallimento è narrato con uno strepitoso senso dell'ironia. Pur nella frustrazione. Autentico, acuto e divertentissimo, il romanzo sulla scuola e l'adolescenza che ancora ci mancava".
Dopo aver assistito alla proiezione del film e aver letto il libro non si può che dissentire profondamente da questa presentazione, che non solo è fuorviante ma fa riferimento a una realtà completamente diversa da quella rappresentata.
Di comico non abbiamo infatti trovato nulla, così come non avevamo trovato nulla di comico nel libro Io speriamo che me la cavo e nell'omonimo film.
Ciò che sentiamo di condividere con quella presentazione è solo il termine fallimento: fallimento della scuola, fallimento del professore e, purtroppo, anche fallimento dei ragazzi.
Fallimento dovuto in primo luogo alla separazione tra la cultura a cui appartiene il professore e la cultura dei ragazzi, che si riflette nel linguaggio da essi utilizzato e che non si ricompone mai, neppure alla fine dell'anno scolastico. Il professore deve ben presto rendersi conto che anche le espressioni apparentemente più semplici, che fanno parte del linguaggio comune, non vengono comprese. Ma soprattutto si rende conto che risulta difficile anche spiegarne il significato, perché ciò comporta il ricorso a termini ed espressioni linguistiche altrettanto ignoti e perché a quei ragazzi il linguaggio figurato risulta incomprensibile: " - Professore, mica lo capisco che cosa c'è da sommare nel bel mezzo della frase - . - Da sommare? Sei sicura? - Mi sono chinato sul foglio. - Ah, sì, ok, tutto sommato. Quel sommato va insieme al tutto, diventa tutto sommato, è come se fosse un'unica parola. Tutto sommato vuol dire ... tutto sommato è come dire a conti fatti. [...] Quel tutto sommato potete lasciarlo perdere, nella frase non serve a niente, possiamo tranquillamente levarlo. [...] Lo lasciamo dov'è ma non lo guardiamo - . - Ma dobbiamo guardarlo per forza! - . - Ok, allora guardalo bene e poi finisci l'esercizio che non abbiamo molto tempo -." (pp. 73-74).
Il linguaggio utilizzato rispecchia anche il tipo di relazione che esiste tra alunni e professore. Non soltanto il professore parla in modo incomprensibile ai ragazzi, ma troppe volte parla loro in modo ironico o addirittura offensivo e tale mancanza di rispetto viene colta immediatamente: "Non è il caso di insultarmi così" (p. 34); "E basta, mica siamo dei cafoni ..." (p. 35); "Prof, perché ci prende sempre in giro che non sappiamo niente?" (p. 36); "Ehi, prof, sinceramente lei sta esagerando" (p. 41).
Nella sala cinematografica i commenti degli spettatori (nella quasi totalità docenti che richiedono il silenzio ai propri alunni ma poi in sala commentano ad alta voce) sono di commiserazione ed empatia per il professore, mentre i comportamenti degli alunni ottengono soprattutto mugugni di riprovazione.
Nessuna riprovazione, invece, quando è il professore ad affermare: "Io ti insulto se voglio ..." (p. 34); " ... ora puoi andare, ti ho già visto abbastanza per oggi" (p. 35); "Me la prendo con chi mi pare e piace" (p. 38).
Quanto siamo lontani da ciò che scrive Daniel Pennac in Diario di scuola ! "In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. [...] Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo" (p. 55). La frase ricorrente del professor Bégadeau è invece "avevo dormito male", a giustificare la sua insofferenza.
Il fallimento non è però solo linguistico o relazionale e da questo punto di vista il film è più efficace del libro, perché si conclude con una delle allieve (la più tranquilla, quella che non ha mai messo in atto comportamenti provocatori) che l'ultimo giorno di scuola, nel salutare il professore, dice: "Io non ho imparato niente". Lo dice in modo tranquillo, come triste constatazione e non come rivendicazione. Non ha imparato niente nonostante il professore abbia utilizzato i metodi pedagogici di moda, nonostante abbia fatto lavorare i suoi allievi sulla loro autobiografia anziché sulla letteratura francese. E altrettanto significativo è che quando Sandra rivela di avere letto La Repubblica di Platone, egli ancora una volta non sa reagire che attraverso l'ironia e l'insulto: "prima di uscire Sandra ha scaricato un po' di intelligenza sulla cattedra" (p. 79) e, ancora peggio, "E' strano perché sai, quel libro lì di solito non piace alle galline" (p. 81).
Diventa chiaro perciò che non si tratta di un romanzo "acuto e divertentissimo" sulla scuola e sull'adolescenza: è semmai un romanzo tragico su una modalità di insegnamento che ignora la realtà effettiva degli alunni e che anziché aprire le loro menti verso spazi più ampi le tiene ristrette nell'ambito limitato in cui vivono.
I temi che il libro e il romanzo richiamano non si adattano pertanto solo a una classe formata esclusivamente da alunni stranieri, ma sono riferibili alla realtà di tutte le classi indistintamente e di tutti gli allievi che non riescono ad apprendere o che manifestano comportamenti negativi. Le parole di Pennac richiamate sopra ci dicono che fare in modo che questi allievi (stranieri o no) apprendano le diverse discipline che la scuola propone loro non vuol dire proporre apprendimenti artificiosi o inutili: nella maggior parte dei casi significa invece offrire loro l'opportunità di uscire (anche se solo per poche ore al giorno) dall'incubo del loro presente.

Antonella Reffieuna
reffieuna@irrepiemonte.it

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